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La mitad del mundo (di U. Mantaut)

>> domenica 1 marzo 2009

Fra i meridiani e i paralleli l’Equatore è il re, con la sua corte invisibile di linee che avvolgono la Terra da nord a sud, da oriente a occidente.
L’Equatore è un sovrano panciuto, con 40.000 km di circonferenza, perciò merita molto rispetto. Sulle navi si saluta il suo attraversamento con lo champagne, in aereo lo si ricorda appena fra le notizie di rotta, ma per via di terra l’incontro suscita grande emozione.
Poco a nord di Quito gli ecuadoriani hanno eretto uno dei più strani monumenti esistenti al mondo, un obelisco all’Equatore, un omaggio al dio Sole, Inty.
Si esce dalla città in un paesaggio brullo per l’altitudine e le colate laviche che castigano la vegetazione. In breve si raggiunge San Antonio de Pichincha e si fa sosta in un piccolo ufficio dall’aspetto molto burocratico. Un funzionario rilascia al viandante un solenne diploma alla presenza di due testimoni. I timbri ufficiali consentono di essere ammessi alla visita del monumento equatoriale con le carte in regola.
Eccolo, finalmente, l’Equatore materializzato al suolo sotto forma di una linea di cemento grigia in campo rosa. La metà del mondo!
Ci si può mettere a gambe divaricate, un piede nell’emisfero nord, l’altro nell’emisfero sud, un occhio alla Stella polare, l’altro alla Croce del sud. Ci si può stringere la mano stando in due parti del mondo differenti, mentre a nord è estate e a sud pieno inverno.

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Abbey Road - 18 nov 2007 (di U. Mantaut)

>> domenica 1 febbraio 2009

Il muretto e le colonne dei cancelli della famosa casa discografica sono zeppi di firme di fans o di turisti curiosi, qualcuno ha lasciato rozzi murales e frasi di natura politica che nulla hanno a che fare con la musica. Le strisce pedonali sono ancora là dove finisce la Abbey Road, confluendo nella Grove End Road per lasciare il tranquillo quartiere residenziale di Maida Vale in direzione di Marylebone e il centro.
Della curiosa copertina di uno dei più famosi long-playing dei Beatles mancano troppe cose. Gli idoli della nostra gioventù sono scomparsi da tempo come complesso e qualcuno fisicamente, ma sembra ancora di rivederli attraversare in fila indiana la quieta strada londinese. Non c’è traccia del maggiolino bianco targato LMW281F al quale sono stati attribuiti significati allegorici. Gli alberi sono stati sfrondati e in autunno sono spogli, lasciando vedere le facciate di mattoni rossi delle residenze borghesi.
Eppure, qui si viene come in pellegrinaggio per ricordare anni e canzoni indimenticabili.
Ad Abbey Road arrivano ammiratori maturi e nostalgici, ma stranamente anche tanti giovani. Tutti s’impegnano ad attraversare sulle mitiche strisce, in segno d’omaggio e per l’immancabile fotografia. Cade a tratti la pioggerella londinese, l’asfalto è bagnato, le strisce avrebbero bisogno di una mano di vernice. Nessuno s’azzarda ad imitare Paul Mc Cartney, il più bello e fortunato dei quattro, che attraversava scalzo, senza cravatta e con la sigaretta fra le dita della sinistra.

Gli automobilisti educati e pazienti si fermano per lasciar passare i pedoni, non si meravigliano per quel continuo andare e tornare che alcuni fanno per ripetere le foto in pose diverse. In lontananza spicca un tipico bus rosso a due piani diretto in centro. La pioggia aumenta d’intensità, bisogna salire a bordo e lasciare alle spalle Abbey Road e le nostalgie degli anni ‘60, ed è nuovamente “Yesterday”.
Questa volta il volo a Londra da Roma, euro 62 andata e ritorno con Ryanair, non ha avuto una ragione precisa. Solamente rivedere amici e luoghi cari, bighellonare fra la folla di Covent Garden e Leicester Square, ammirare le luminare prenatalizie della Oxford Street, ritrovare le atmosfere umide dei ponti e del Victoria Embankment sorvegliato dal moderno London Eye, una specie d’immensa ruota del Prater realizzata con dubbio gusto presso la London County Hall, proprio sulla sponda del Tamigi opposta a Westminster.
Come tante nostre città, Londra peggiora in un certo senso. Sempre più congestionata, nonostante i divieti e le dissuasioni, troppo affollata da stranieri, piena di fast-food che la riempiono di odori orientali ed arabi, forse più pericolosa. Anche chi è avvezzo
a districarsi nel caos del “tube” non può fare a meno di pensare, quando sta pigiato nelle vetture della metropolitana, a cosa potrebbe nuovamente accadere in caso d’attentato su quei treni affollati, lanciati nel buio d’interminabili gallerie strette e puzzolenti. Insomma, non si vive più tranquilli in quella che era la metropoli più ordinata e signorile del vecchio mondo.
I veri londinesi vivono quasi tutti fuori Londra. Si torna a St. Albans. La romana Verulamium rivive nel modernissimo, piccolo museo realizzato per ospitare i reperti della regione che si è rivelata un autentico giacimento archeologico di prima grandezza. La visita sorprende per la cura che è stata profusa nel realizzare l’eccezionale esposizione di grande interesse turistico e didattico. Fuori piove, ma nelle calde navate della meravigliosa Cattedrale si svolgono le prove di un concerto di Natale. Per finire, tutti al pub per una bella cena con ottime birre. A gentile richiesta una vecchia canzone di Burt Bacharach, “I’ll never fall in love again”.

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Puglia - La punta del tacco (di U. Mantaut)

>> lunedì 5 gennaio 2009

Sul far della sera le strade del centro si animano e i leccesi confluiscono nella bella piazza di Sant’Oronzo, salotto buono della città, con il grande anfiteatro romano e il Palazzo del Seggio, detto il Sedile, costruito nel 1592 quand’era sindaco Pietro Mocenigo.
E’ l’ora dello “struscio”. La folla è composta in gran parte da giovani, gente bella, frutto di un millenario miscuglio multietnico. Nel Salento e più in generale in tutta la Puglia hanno vissuto, sono transitati e si sono insediati, spesso prepotentemente, quasi tutti i popoli del bacino mediterraneo e molti intrusi venuti da terre settentrionali, integratisi poi perfettamente nella parte più sudorientale dell’italica penisola.
I greci vi trovarono gli antichi abitatori japigi, messapi e salentini. Vi fecero incursioni i sanniti e i lucani. Roma lottò a lungo in queste contrade contro l’odiata Cartagine. Poi vennero goti, eruli, longobardi, saraceni e bizantini. Dall’est si affacciarono ungari e slavi, ma la fioritura culturale venne con i normanni, gli svevi e gli angioini, e successivamente con aragonesi e castigliani. Buoni ultimi i Borboni che, per la verità, consegnarono all’Italia dei Savoia una regione retrocessa a povera provincia agricola, con le potenzialità per ritornare ai giorni nostri ricca, prospera e civile.
Nei tratti somatici i salentini rivelano origini elleniche e levantine, arabe e balcaniche, mitteleuropee ed iberiche. Quasi mai corrispondono all’immagine stereotipata dell’italiano del sud. A Lecce s’incontrano bellezze brune con gli occhi verdi, bionde dalla carnagione olivastra, rosse lentigginose e more magrebine. La provincia ha un suo dialetto, ma quando questa gente parla in italiano non s’odono accenti fastidiosi, come se l’intera cittadinanza avesse frequentato corsi di dizione.
Lecce è una città colta, l’Atene delle Puglie.
E’ una città d’arte, la Firenze del sud. Tuttavia, quasi nessuno ha pensato di paragonarla ad un’altra città fantastica, Lecce è la Quito d’Europa. La lontanissima capitale dell’Ecuador non ha molto da spartire con Lecce per quanto concerne la posizione geografica. Lecce è un grosso centro che si è esteso in una ricca piana agricola fra due bracci di mare, Quito è arroccata sulle Ande impervie, a 3000 metri, circondata da giganteschi vulcani. E’ il centro storico delle due incredibili città che presenta stranissime somiglianze. Purtroppo, almeno per ora, solo Quito è protetta e dichiarata patrimonio dell’umanità, per le sue bellezze e l’eccezionale concentrazione di monumenti barocchi. Di Lecce e del Salento si parla poco, persino in Italia. Anche in questo modo si perpetua l’ingiustizia di considerare il nostro meridione come area depressa, priva di vere attrattive e, quindi, tagliata fuori degli interessi economici e dagli itinerari turistici.
Lecce, quasi pudicamente, ha avvolto il suo stupendo centro storico in una fascia di viali e giardini alberati, che separano la città antica dagli insignificanti quartieri moderni. Quando si perlustra il dedalo delle vie centrali dove si allineano splendidi palazzi o ci si addentra nelle piazze dominate dalle facciate barocche delle innumerevoli chiese si rimane a bocca aperta.
Sarebbe lungo enumerare tutti i capolavori dell’arte leccese. Basti citare Santa Croce e il Duomo, il Palazzo del Governo, quello vescovile e il Seminario, il Campanile, la Chiesa del Gesù, quella del Carmine, Sant’Angelo, i SS. Niccolò e Cataldo, Santa Chiara e San Matteo, senza contare le numerose residenze nobiliari dell’aristocratica città.
La pietra leccese è un calcare tenero che si lavora con scalpelli, pialle e accette, ma che all’aria indurisce ed assume il colore dell’oro fino.Così i grandi manufatti architettonici hanno piuttosto l’aspetto d'elaborate sculture, opere cesellate con raffinatezze d’alta oreficeria. Le facciate leccesi sono una profusione di colonne tortili, frontoni curvilinei, balaustre traforate, festoni di fiori e frutti di pietra, rosoni, sfilate di angeli, putti, maschere e cariatidi, balconi scolpiti, portali e finestre dalle ricchissime cornici piene di fregi, nastri e stemmi. Lo stile non è stato abbandonato negli interni, anzi, passando dalla luce accecante del mezzodì ionico all’ombra amica delle navate basilicali e dei saloni dei palazzi, il barocco si avvale di materiali ancor più duttili della pietra leccese. I marmi policromi e il legno, ricoperto con lamine d’oro zecchino, captano la fioca luce dei luoghi di culto e delle dimore patrizie e la rifrangono con effetti sorprendenti.. Gli altari sfavillano come scrigni traboccanti di pietre preziose, la cornici rischiarano i quadri come riflettori puntati da sapienti tecnici dell’illuminazione, santi e madonne sorridono indulgenti ai fedeli abbagliati dai loro paramenti sontuosi, degni di sovrani potenti, incommensurabilmente ricchi. In alcuni casi l’effetto è ipnotico e non si vorrebbe più andar via.
Da Lecce si dipartono come i raggi di una stella perfetta numerose strade rettilinee. Raggiungono le più belle località del Salento che si adagiano pigramente nella piana assolata o si allineano sulla costa luminosa dei due bracci dello Ionio, giù fino all’estremità del tacco dello stivale dove Santa Maria di Leuca spinge il suo sguardo verso il favoloso oriente. Ecco San Cataldo, con le sue spiagge, Otranto alla foce dell’Idro, Gallipoli protesa nel mare, e all’interno le bellissime cittadine di Nardò, Galatina, Maglie, Casarano, Copertino e Tricase. Ancora palazzi, castelli, cattedrali e mura. Città bianche con i forti chiaroscuri delle medine arabe, solo che nel Salento non ci sono minareti e le aree agricole non sono desertiche, bensì ricche di magnifici uliveti secolari, vigne generose, verdi agrumeti ed orti fertilissimi. Al paesaggio quasi monotono delle zone pianeggianti si contrappone la sorprendente bellezza delle coste frastagliate e rivestite della macchia odorosa, dove occhieggiano ruderi di antiche torri d’avvistamento, trulli, fattorie e ville.
Quando si giunge al Santuario di Santa Maria di Leuca, il Salento si protende nel mare nel punto in cui l’Italia riceve all’alba il primo raggio di sole. Siamo sullo Iapygium promontorium, detto anche promontorium Sallentinum o de Finibus Terrae, il tallone della penisola italica, 39° 47’ 41 “ latitudine N e 18° 22’ 13” longitudine E di Greenwich.
Secondo la leggenda o, se si vuole la superstizione, il pellegrinaggio in questo sito è un passaporto per il paradiso. Chi non ci viene da vivo dovrà qui recarsi dopo la morte.

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